Successivo » « Precedente

Acrobazie rosa

Elena Rosci ha scritto un libro molto interessante: "Mamme acrobate" (Rizzoli) un libro che racconta come la condizione femminile sia, sociologicamente, quella dell'equilibrista, in bilico tra famiglia  e lavoro. Lo sappiamo, è così da un pezzo. Quello che scopriamo è come la condizione di acrobata sia diventata esistenziale, assoluta, accettata  e perciò sia un punto  di partenza, seguito da aggiustamenti costanti. Un po' meno carriera, un po' meno famiglia, una delega di qua, un recupero di là. Ma non è un problema indivduale. E' un problema collettivo. La "questione femminile" (terribile, riecheggia la "questione meridionale")è il punto di  confluenza di tutte le contraddizioni, tra una società che svuota di significato il ruolo materno e tra una coscienza  idividual-familiare per la quale il ruolo  materno è l'assoluto, la missione comunque impossibile. E non basta dare un premio alla ultraottantenne  Doris Lessing o proclamare che Margaret Atwood è "tra le più grandi scrittrici del mondo". Una generazione di mamme acrobate sta passando la vita sul filo. Non è una gran consolazione sapere che  molte riescono addirittura a non cadere.

Commenti

Ma se uno vi chiede come può dare una mano, siete sicure di riuscire a rispondere? (trappola della falsa generosità a parte, ovviamente...)

Magari non tutte. Non è semplice capire che cosa può essere d'aiuto. Ma nella generazione di acrobate professioniste alcune cose sono diventate chiare: può essere d'aiuto un'organizzazione del lavoro meno rigida, una maggiore condivisione nella coppia, un sostegno anche psicologico. Pensa un po' alla direttora del personale che deve essere una killer spietata e anche una mamma amrevole di un paio di bambini. Le donne sono così flessibili che riescono ad essere le due cose contemporaneamnete ( è la tesi di Elena Rosci), ma il ruolo sociale è ancora in una fase di transizione.E c'è il "dare una mano" individuale ( lodevole da parte di un compagno o di un capo) che permette all'acrobata di non cadere ( ostegno a caasa, orari umani) e il "dare una mano " sociale che significa banalmete, spazio. Saranno le quote rosa ? Ero contraria, ma comincio a pensare che sia una soluzione possibile.

La nostra cultura (italiana) assegna alla madre la cura esclusiva della prole. Ma questo non è banalmente un complotto maschilista, viene anzitutto dalle donne. Non mi risulta che le associazioni femminili abbiano premuto molto quando ci fu da approvare la legge sull'affido condiviso, e molte si sono schierate apertamente contro. Eppure si trattava dell'ovvio complemento delle pari opportunità. Anche oggi i tribunali applicano poco e male la legge, e a combattere per le pari opportunità genotoriali ci sono solo pochi padri separati. Tu come la vedi?

Questa della legge sull'affido condiviso era venuta in mente anche a me, ma se in linea di principio sembra "ovviamente" giusta, in realtà temo nasconda quel genere di "parità impari" che prescinde dalle differenze di genere e ambientali. Insomma, alla fine sembra solo una scusa per molti padri per pagare meno gli alimenti a fronte di un impegno solo di facciata nella cura dei figli, tanto un genitore che supplisce alle carenze si trova sempre. E' chiaro che questo discorso in particolare può anche essere rovesciato, ma, forse sono vittima anch'io di uno stereotipo, credo che nella pratica ci siano ragioni per non vedere come paritaria questa legge.

La legge sull'affido condiviso è giusta nel principio. I figli sono del padre, come della madre. Ma c'è una drammatica abbondanza di padri che si defilano e una minoranza di padri che credono fortemente nel loro ruolo e soffrono quando ne sono espropriati. Il guaio dell'affido condiviso è che è difficile praticarlo, per esempio, tra due ex che si detestano: il rischio è che i figli diventino terreno di scontro. Molti uomini poi, hanno veramente vissuto la legge ( e si sbagliano) come un modo per non pagare gli alimenti e ridurre il senso di colpa. Alcuni importanti avvocati matrimonialisti hanno criticato con durezza la l'affido condiviso, non per il principio, ma per le situazioni critiche che produce.
Detto questo, un'evoluzione sensata dei rapporti dovrebbe permettere a due genitori che hanno smesso di essere coppia, di discutere seramente dei figli e del loro futuro. Penso che chi vuole essere padre oggi abbia più strumenti per esercitare questo diritto. E per vedere come si sviluppa un modello di parità geitoriale bisogna andare nel nord Europa (Svezia, Norvegia) dove le donne sono meno acrobate e dove la condivisione dei figli comincia con il congedo di paternità, concesso per legge a tutti.

Roselina, GianMi, si vede che non siete esperti in materia - per vostra fortuna.
Affido condiviso non significa pagare meno soldi, ma, insomma andate a riguardarvi la legge. E per due ex che vogliano litigare sulla pelle dei figli l'affido esclusivo alla madre non è certo un deterrente, guardatevi le cronache.
No, no. La resistenza verso l'affido condiviso è culturale.
Da noi il congedo di paternità esiste, ma solo l'1,5% degli uomini ne usufruisce.
E' colpa del genere maschile? Perché, una moglie non potrebbe dire al marito: "ehi bello, il primo anno ci sto io, il secondo te lo fai tu"? Ma è la moglie per prima a non percepire il marito come soggetto genitoriale con pari diritti e doveri. Me lo spiegava l'altra sera una mia vecchia amica, persona colta, emancipata, progressista, etc, "la mamma è sempre la mamma". Magari acrobata, ma mai disposta a rinunciare alle sue prerogative...

Caro GianMi , ha i ragione e non ne hai. Io ho scritto che molti uonni pensano, con la nuova legge di ridurre l'impegno economico e si sbagliano. Ti assicuro, parlando con gli avvocati, che molti l'hanno vista così.Il congendo di paternità non funziona perchè è facoltativo. Nei casi che cito è obbligatorio e dunque indiscutibile.
E' vero però che c'è una mammità atavica ( i figli sono sempre stati considerati responsabilità femminile) e le donne fanno acrobazie perchè l'alternativa è il senso di colpa. C'è una radice biologica in tutto questo, un "cervello materno" che si attiva con la nascita di un figlio. Questo produce una forte impronta sociale e allora "la mamma è sempre la mamma". Il cambiamento però è già in atto. E' lento ma c'è. Se gli uomni divideranno il potere con le donne, le domme divideranno la genitorialità e saranno meno acrobate. IIl problema è che noi abbiamo solo la misura della nostra piccola vita e allora hai ragione, adesso la resistenza culturale c'è. Abbiamo ereditato il nostro passato e , sorry, non siamo capaci, ancora, di anticipare il nostro futuro.

Rosalina, immagino ti rivolgessi a Guido...
Non so quanto di culturale o piuttosto di biologico ci sia nei fenomeni di cui stiamo parlando. Dal mio punto di vista dire "la mamma è sempre la mamma" significa riconoscere una verità biologica. Quello che è tragico è che questa specificità viene deformata da una falsa percezione del concetto di parità e quindi p.e. la maternità diventa una sottrazione di valore per le aziende, di spazio genitoriale per i padri, ecc.
Alla soluzione forse ci sta già pensando la natura.

Roselina, d'accordo, il congedo per l'uomo dovrebbe essere obbligatorio. Questa è una cosa su cui varrebbe la pena impegnarsi. Dopodiché, la maternità è biologica, ma il mammismo italiota no, altrimenti perché sarebbe italiota? E ci abbiamo il gene dell'italiotità? (Oddio, questo in effetti spiegherebbe un sacco di cose).
Scherzi a parte. Un uomo è perfettamente in grado di badare a un bambino svezzato. Diciamo pure a uno che sta in piedi e parlotta, quindi un anno o poco più. Quindi mollate i pargoli ai mariti, care signore, non ci sono scuse. Ne guadagneranno tutti quanti. Prova fatta.

Scrivi un commento